Non escludo la fuga

Questo spazio ci rende competitivi, invidiosi, calcolatori. Per un mero fatto di quantificazione, tra le altre cose: a un input segue un feedback immediato in termini numerici. Allora l’attività passa in secondo piano ed è superata, nella gerarchia, dal feedback. E se comanda il feedback, anche l’input – mettiamo: un’opera d’arte; ma anche un corpo, o il banale post, come questo – sarà costruito più o meno inconsciamente per servire il feedback.

Naturalmente il feedback, in generale, è roba vecchia. Penso ad esempio alla critica: l’idea che a un atto artistico segua una ricezione quindi un’analisi, una discussione, ecc., è chiaramente un fatto antico. Ma mai prima dell’ultimo decennio e mezzo la “critica” è stata così innestata su una ragione numerica, e anche nei casi più controversi – che ne so, Campana, o altri outsider del tutto fraintesi – la critica per quanto miope era comunque incentrata sulla discussione, non quantificabile, non immediata e contestabile.
Il numero non si contesta. È, e basta. Direte: esiste un altrove, dove si fa la critica e dove si fanno molte cose. Risponderò: certo, ma non è quantificato. Quindi non ci interessa, non lo desideriamo. Impariamo a desiderare in termini numerici.

Da quando uso i social attivamente mi accorgo di fare pensieri che non voglio fare, oppure mi scordo del focus centrale, della cosa importante.
Allora sogno uno spazio sgombero dalla quantificazione applicata a quello che dovrebbe essere il non quantificabile, ma più razionalmente concludo che il There is no alternative della Thatcher contagerà non solo l’economia ma anche in generale il nostro modo di pensare il mondo, e le arti: numerico, alienato, psicotico.
Non escludo la fuga.