Su Le otto montagne

L’ho visto ieri. Al di là del piacere estetico (ed emotivo: ho rivissuto il periodo del lago), è un film che mi ha fatto molto pensare, perché tocca quella faccenda su cui frequentemente mi incaglio e che riguarda il rapporto con il luogo. Per quanto il sistema dei personaggi si presti, sulla carta, a una lettura di questo tipo, il film mi è sembrato tutt’altro che dualistico, e intelligente nel non cadere in quello schema. A una prima lettura infatti Bruno è l’incastrato nel suo luogo, quello che ci muore, la psiche malata del rimanere sulle montagne valdostane; Pietro invece il viaggiatore, il nostalgico che torna ma che alla fine trova il suo equilibrio nell’essere andato via, in Nepal addirittura.

E invece ritengo molto fiacca e manichea questa lettura, che fa del rimasto lo sconfitto. La forza del film sta invece, secondo me, nel mostrare il dilemma radicale che sta al cuore di entrambi, nello sparigliare le carte della stessa opposizione tra rimanere e andarsene. Il punto di partenza è infatti è che c’è un luogo – che nel film è la montagna ma che idealmente è ogni luogo marginale – che si dissipa di fronte alla modernità. La modernità lo defunzionalizza, lo altera introducendo il denaro in un contesto in cui le cose sono le cose, deformandole quindi sotto il torchio della regola dei segni (le cose sono anche altre cose se scambiate attraverso il segno del denaro). Quando Bruno dice che “natura” è il modo in cui chiama la montagna chi viene dalla città e che i montanari non conoscono la parola “natura”, dicono invece bosco, albero, uccelli, cose «che si possono indicare col dito, che possono essere usate» non intende altro che questo: il luogo marginale, esattamente in quanto marginale, è un luogo a sé proprio, un luogo padrone della sua lingua. E Bruno rappresenta quindi il superomismo di conservare questa lingua e questo luogo, di vivere nel corpo la millenarità delle sue cose-proprie, ma che non può che fallire di fronte all’ormai spalancata modernità. È qui, a questo punto del ragionamento, che si capisce Pietro: lui è l’alieno alla montagna, il figlio del già moderno che non conosce più la proprietà dei luoghi a sé stessi, e quando vede la montagna si incanta perché vede ciò che per il sistema dello scambio è l’assolutamente impensabile – ovvero le cose proprie a se stesse, appunto.

Ma il suo viaggio in Nepal non mi pare affatto il suo trovato equilibrio, bensì un trucco new age per riuscire a viversi la modernità dietro lo scudo di un felice rapporto col luogo, che è però artefatto, comprato. Muore Bruno, ucciso proprio dalla sua montagna, mentre Pietro vive e prospera. Ma la sua vita è dentro la logica dello scambio ed è quindi fallita in quanto continua a essere in piedi, non in grado di sfidarsi. Le otto montagne è un film di bussole impossibili, di uomini che di fronte alla storia non sono più capaci di conoscere realmente il proprio luogo, e lo cercano in verticale, sprofondando nella neve, o in orizzontale, perdendosi in Nepal. Ciò che voglio dire, insomma, è questo: è assolutamente fuorviante, in entrambi i sensi, pensare al rapporto tra restare e rimanere come un’opposizione tra sconfitta e vittoria. Le otto montagne ci dice che la storia dissipa i luoghi e l’inquietudine è generale.

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