La cura è la malattia, e viceversa

Nella Coscienza, Zeno si proclama guarito e contestualmente dichiara che a essere malata è l’umanità intera; dice che interromperà la terapia (che è la scrittura) ma lo fa scrivendo ancora una volta. Ne Il buio e il miele Vincenzo, malato, parte per ammazzarsi e alla fine ammazza. In Laborintus I leggiamo «palus putredinis» e «aria inquinata» ma anche «dove soprattutto vedete igienicamente nell’acqua antifermentativa». Palazzeschi spera per la fontana malata «qualcosa / per farla / finire / magari… / magari / morire», per poi pentirsi subito: «Madonna! / Gesù! / Non più!». Balestrini scrive: «godiamoci il viaggio, / godiamoci, non c’è pericolo se ci perdiamo, tanto non si viaggia / (il profilo di un paziente su un carrello attraversando la carestia), / tanto non si arriva, arriveremo». Corazzini: «Io l’amo perché so / che croce fu dolore». Leopardi: «naufragar m’è dolce in questo mare». Villa: «ogni rovina paragona allo spirito immune». Magrelli: «Solo di questa interminabile / cattività so scrivere / e scrivendo infittisce / la trama del mio carcere».

La letteratura ci è necessaria perché è l’unica dimensione in cui la cura coincide con la malattia. Gozzano la chiama «tabe letteraria». Nel momento in cui comincia il glitch, il tarlo, il paziente e il medico si guardano, ma nello specchio; e che la cura voglia uccidere la malattia così come la malattia vuole uccidere la cura, significa solo puntare a eliminare l’altro che è in noi e che abbiamo scoperto, il farmaco che ci vuole risolti o la malattia che ci vuole distrutti. Ma si manca sistematicamente il bersaglio, perché l’altro che è in noi siamo noi, e ci svela cose ignote, preziose o almeno inquiete, cioè la malattia che la cura non riesce a essere, e viceversa. In questo modo si fallisce – cioè si scrive e si scrive.

Pazzia e impero

Un errore è pensare che Putin sia pazzo. È sempre rischioso interpretare la storia secondo l’opposizione tra sano e patologico, perché l’essere sano è solamente un essere sottomesso ben nascosto (cioè, per l’Europa, l’essere parte dell’espansionismo americano). L’Ucraina non è uno stato sovrano perché non esistono stati sovrani: solo protettorati più o meno espliciti, che un potere trattiene scegliendo o l’artificio mediatico rassicurante o la magnificenza del dittatore-protettore.

Il comportamento di Putin si spiega invece indagandolo razionalmente e materialmente, anche quando chiama in causa il nucleare: il suo è un imperialismo nazionalista che cavalca la nostalgia sovietica come strumento di autolegittimazione simbolica, ha precisi obiettivi e precisi avversari, che hanno a loro volta precisi obiettivi e precisi avversari.

Dunque da una parte c’è il capitale, che fa leva sull’idea che essere liberi sia essere liberi di comprare qualcosa, e ci fa immaginare il mondo come un’opposizione tra fortunati e sfortunati (che sono lontani da noi e possono essere bombardati); dall’altra un’autorità che arruola attraverso la ritualità, l’adesione personale al potere (e cioè, letteralmente, un fascismo).
Leggo in giro che la posizione “né né” sarebbe banale; e invece secondo me è l’unica opposizione che ci appartiene. Le guerre tra imperi, le guerre tra nazioni non ci riguardano perché la nostra “nazione” è una sola, internazionale, la stessa degli sfollati ucraini; e cioè la classe proletaria.

Gioventù bruciante

Ieri a scuola incontro sulla violenza di genere. La sessione prevede la visione “a distanza” di uno spettacolo teatrale e una successiva discussione via Google Meet con il regista.
Succede che durante la conversazione (piena di stereotipi e banalità, come spesso purtroppo succede quando tematiche di questo tipo vengono trattate a scuola) dei troll (forse ragazzi dell’istituto con altri account, forse no), tra cui un famigerato potek, irrompono continuamente nella riunione con suoni molesti e shitstorm in chat. L’indignazione è generale, ma nessuno degli organizzatori – nessuno – riesce a impedire l’accesso di questi personaggi, nonostante in classe mia tutti sappiano come si fa: espellere gli intrusi e mettere la richiesta d’accesso alla riunione.

Allora decido di interrompere il dibattito ormai corrotto e dico ai ragazzi di ragionare insieme sul rapporto tra scuola e tecnologia, su come l’incontro sia diventato un tizio che parla con degli spettri, su come il tema della violenza (o quello imminente sulla memoria, più altri) sia trattato con sufficienza e tramite formulette preconfezionate, su come quasi quasi il situazionismo di potek è più interessante di una conversazione completamente ingessata.

L’ora successiva ho buco. In sala professori naturalmente non si parla d’altro, e siccome so che poi va a finire che mi incazzo me ne sto da parte, leggo il manifesto (c’è un tizio che legge sempre Libero in sala prof, e allora ho deciso di comprare il manifesto ogni volta che so che lo incontrerò e di sedermi di fronte a lui), finché non sento uno che fa:
«Va be’ semplifichiamo: sono cretini e basta».

A quel punto sono costretto: rispondo che un videogioco fatto bene è un’esperienza cognitiva e narrativa più profonda di una scuola che vuole insegnare una tecnologia che essa stessa non sa usare; che la violenza di genere (e la memoria, e il bullismo, eccetera) sono questioni serie e richiedono un linguaggio serio, una maturazione di sguardo, non un breviario di soluzioni astratte e semplicistiche; che, soprattutto, abbiamo il dovere di aprire una sociologia, un’antropologia e una psicologia per spiegarci il comportamento di potek, invece di bollare il problema come malattia generazionale.

Naturalmente mi mangiano vivo. Cretini, cretini. Perciò rigiro la questione a voi: quant’è paternalista, banalizzante e miope una gran fetta del corpo docenti? Come fanno delle persone che hanno il dovere di educare alla complessità e di esercitare l’analisi del mondo a ricondurre tutto a un’opposizione moralistica tra gli studenti-modello (che poi sono i composti, i robot, i morti) e i brutti e cattivi (che certe volte sono i più svegli e creativi)?

Potek, magari sei veramente un cretino. Ma per me può darsi pure che tu sia un cretino quarantenne, cinquantenne. Lasciaci parlare (bene) di violenza di genere, che è urgente, ma sappi che t’ho difeso da chi educa al non chiedersi niente. Dalla maggioranza.

Metariflessione e pentole in acciaio inox

Nelle discipline cosiddette umanistiche è connaturata una costante necessità di autogiustificazione. Certamente in tutte le discipline esiste una pratica di metariflessione – è un passaggio obbligatorio per strutturare, o criticare, la disciplina stessa – ma non in maniera così insistita, urgente, come nelle discipline umanistiche.
Perché?

Una motivazione credo sia interna: in quanto “scienze inesatte”, le umanistiche sono discipline che di fatto si alimentato di trasversalità, dubbio, non-dato.
Ma più interessanti, per questo discorso, sono i fattori esterni: innanzitutto, il mondo. Nel mondo in cui viviamo la letteratura non serve, è percepita come accessoria, e dunque deve in primis sforzarsi di spiegare perché esiste. Se non servi a niente, perché esisti? Perché ti studiamo? Una buona parte del tempo che passo in classe lo passo a cercare di mostrare ai ragazzi a cosa può servirci studiare letteratura (e perché sia importante superare questa ossessione utilitaristica): che io abbia ragione o meno, di fatto spendo molto tempo a cercare di giustificare la “semplice” esistenza di una disciplina. Ai colleghi di altre materie non serve, o serve meno: sono assodate le utilità dell’informatica o del calcolo, per esempio.
Poi: l’individuo. Ovvero che dal momento che siamo nell’eterno spettacolo, compiere un gesto che implica una divisione di ruoli emittente/ascoltatore, autore/pubblico, ecc. (mettetela come vi pare) significa appropriarsi di uno spazio di attenzione. E se ti appropri di uno spazio di attenzione vuol dire che stai guadagnando qualcosa, e se stai guadagnando qualcosa vedi di fare in modo che ciò che dici abbia una qualche utilità, altrimenti togliti, sei un usurpatore. Ma dal momento che – come sopra – la letteratura non serve (o questo è ciò che si percepisce) lo scrittore è inevitabilmente un usurpatore di attenzione, cioè un narcisista.

Occuparsi di discipline umanistiche, quindi, e in primis di letteratura, significa rischiare almeno tre volte di essere usurpatori: perché l’inesattezza congenita della materia ci espone al dubbio, che complica le cose invece di aggiustarle; perché la materia non ha nessuna utilità pratica; perché nel produrre questa materia inservibile ci puntiamo immeritatamente il riflettore addosso.

Esiste perciò un nevrotico disagio della scrittura che si manifesta anche qui dentro, ogni volta che clicchiamo su “A cosa stai pensando?”: pubblicare un libro mi renderà narcisista? un elemosinante? pubblicizzarmi mi renderà moralmente disprezzabile? un elemosinante? esprimere un’opinione impopolare metterà in crisi le vendite dei miei libri? dovrò di nuovo elemosinarle? mi si nota di più se scrivo moltissimo o se non scrivo niente?
Un fatto di postura e di chiasso psicologico, insomma, che è anche – io credo – tra le ragioni per cui leggersi tra scrittori diventa sempre più una comfort zone difficile da abbandonare: scrivere è obbligatoriamente anche ricco e snervante metascrivere il ruolo dello scrivente nel mondo… mentre il mondo lo rifiuta.

(Che in parte è pure colpa nostra, poi, ma lo sappiamo, e sappiamo cosa avremmo da ridire sugli stereotipi, se solo gli altri non continuassero a guardarci di default come una mandria di Mastrota che cercano di vendere pentole che nessuno ha ordinato…)

Libro, tempo-che-si-ha, tempo-che-si-è

Il libro è uno strumento anacronistico. È pensato per un’epoca che non è la nostra, perché richiede una disposizione e un tempo che solo a forza possiamo far rientrare nel sistema industriale e post-industriale.
Da qui l’assurdità delle 190 novità interessanti di inizio anno che annuncia Il Libraio: nel momento in cui entriamo nella logica del tempo che si accumula o si perde, fondamentalmente nel tempo-che-si-ha, il libro esce dal gioco.
Da qui, anche, l’incapacità strutturale della carta di raggiungere l’efficacia del video, cioè dei film e delle serie TV, ma anche dello schermo in generale: perché dovrei leggere per settimane un libro che mi racconta una storia se posso guardare un film e conoscere la stessa storia in un decimo del tempo? Perché devo leggermi una poesia che mi confessa gli affanni di qualcuno se posso ascoltare gli affanni di qualcuno su YouTube? La repulsione alla lettura non avviene perché la gioventù bruciata non vuole seguire le vecchie buone abitudini, ma perché non ha oggettivamente senso (a come stanno le cose, cioè nel tempo-che-si-ha) fare in venti ore una cosa che posso fare in venti minuti.

E allora che fare? È chiaro che non si tratta di ristabilire l’aura pre-baudelairiana del libro: l’epoca nostra è questa, e romanticizzare passatisticamente quello che è stato non serve a niente.
Ciò che serve, invece, è battere sullo specifico del libro. Lo specifico del libro quanto al testo è l’inclinazione del linguaggio: non posso competere con la tridimensionalità e la rapidità del cinema se voglio semplicemente “dire”; devo perciò espandere il dire, ovvero dire evidenziando il dire, dire male, dire e non-dire insieme, ridire, sottrarre facendo emergere un vuoto, eccetera. Questo può farlo solo il libro.
Lo specifico del libro quanto al contesto è invece proprio l’anacronismo, in senso letterale e quindi profondo: un intruso nell’industria e cioè un fuori tempo nel sistema economico; un oggetto che mi chiede concentrazione e insieme distrazione, attenzione e rinuncia, e cioè che può strapparmi via dal tempo-cronaca anche per mesi.

Insomma, lo specifico del libro è, socialmente ed esistenzialmente, aprire al tempo-che-si-è. A un’irraggiungibilità. Su questo dobbiamo insistere.

Astrologia illuminista

Leggo su Twitter un dibattito a partire da alcuni articoli di Repubblica e Corriere sull’astrologia: quest’ultima, contro gli articoli, è sottolineata come segnale della degenerazione antilluministica dei nostri tempi.

Ora, da un po’ di tempo anche io mi interrogo sul ritorno della moda dell’astrologia: mi interessa perché dice molto, contemporaneamente, su come si sta configurando il rapporto tra individuo e scienza e quello tra individuo e religione. Mi trovo anche d’accordo, in linea di massima, nel considerare in opposizione astrologia – leggasi: superstizione – e illuminismo – leggasi razionalità e scienza.

Tuttavia l’applicazione sistematica di questa opposizione mi sembra trascurare, tanto per l’astrologia quanto per l’illuminismo, la struttura economica – e perciò semplificare l’opposizione.
Mi spiego. Se “in vitro” illuminismo e astrologia si oppongono, più complicato mi sembra affermare questo alla luce della società odierna, dove notiamo innanzitutto che l’astrologia – e simili: pietre preziose, e così via – va molto di moda anche nel mondo hipster progressista, e ne influenza abbondantemente l’estetica.

Premessa: non ho niente contro l’astrologia in sé, anche se non la frequento. Quello che voglio dire è che nel 2021 illuminismo e astrologia mi sembrano possano trovarsi facilmente sullo stesso fronte.
Occorre tenere presente infatti che:
1) l’illuminismo è l’ideologia di una precisa classe sociale – quella borghese; per quanto ne possiamo (dobbiamo) difendere molti meriti storici (riguardanti il diritto, in primis, e ovviamente), non possiamo (non dobbiamo) dimenticare che il diritto individuale è anche una leva necessaria allo sviluppo del capitalismo, che ha bisogno di un consumatore il più possibile libero di spendere. Questo è l’errore, secondo me, di non poco progressismo contemporaneo, che, dimenticando ciò, difende a spada tratta il diritto individuale (del consumatore) a discapito dell’obliata disparità di classe.
2) l’illuminismo settecentesco a un certo punto implode anche per quanto riguarda la lotta all’oscurantismo, e, come sappiamo, il deismo si trasforma sotto Robespierre nel culto dell’Essere Supremo – altrettanto, a suo modo, verticale. Egualmente, circa mezzo secolo dopo, il positivismo di Comte evolve in una Chiesa.

È chiaro dunque che una forma di “superstizione” possa nascere anche internamente a un contesto che si propone razionale e illuminista. Anzi, mi pare di vedere proprio questo: alla progressiva laicizzazione della società occidentale, al progressivo smantellamento delle religioni storiche, risponde – per necessità umana di trascendenza, anche spicciola – l’affiorare di piccole religioni private, rette proprio da un mercato che profila l’individuo e gli offre a buon prezzo una soluzione esistenziale ad hoc.
Personalmente, dunque, abbandonerei un manicheismo (sempre più attuale, non serve dire perché) tra razionali e pazzi, e mi chiederei: quale ideologia di classe regge la diffusione dell’astrologia? Siamo sicuri che la sfida sia tra intelligenti e stupidi e non tra ricchi veri e semipoveri che l’accessibilità del mercato illude ricchi?

[In foto: targa in onore dell’Essere Supremo: “il popolo francese riconosce l’Essere Supremo e l’immortalità dell’anima”.]

Linguaggio newtoniano

La concezione comune del linguaggio è tendenzialmente newtoniana. Alla frase A corrisponde linearmente l’interpretazione (reazione) B: trasmettere un messaggio, “che cosa dice”.

Perciò credo che un compito di chi si occupa di parole sia quello di aggiornare l’idea comune di linguaggio (almeno) ad Einstein e Heisenberg.

E cioè al fatto che la frase A è intessuta in una curvatura composta dall’ideologia dell’enunciatore, da un orizzonte storico, dal medium, ecc. E/o che la frase A si muove in una sfera di indeterminazione, di cui non si possono misurare tutte le caratteristiche contemporaneamente, e il cui significato viene irrimediabilmente influenzato dall’intervento dell’osservatore.

Alessio Alessandrini da Somiglia più all’urlo di un animale a I congiurati del bosco

In che modo si può essere dentro il corpo – nella sua evoluzione/decadenza – e insieme fuori dal mondo – cioè dalla società dei ruoli predefiniti? Gli ultimi due libri di Alessio Alessandrini – Somiglia più all’urlo di un animale e I congiurati del bosco (2014 e 2019, entrambi usciti per Italic) – mi sembrano ruotare attorno a queste due possibilità, che vengono esaminate una per volta e poi scoperte legate da un filo rosso: la condizione animale.

Gli aspetti che Alessandrini studia nei due libri, infatti, sono rispettivamente l’animalità in quanto pura biologia (essere un corpo, essere in crescita, essere morituro) e l’animalità in quanto ferinità (essere un non ancora o un al di fuori sociale). Volendo dunque giocare a rintracciare il “salto quantico” che l’autore fa nel passaggio da un libro all’altro[1], possiamo vedere come Alessandrini in queste opere mantenga centrale l’interesse per l’animale, ma lo scruti da prospettive diverse, tanto più significative quanto più confliggenti sull’asse natura-morale.

Del resto, l’ineliminato dei libri di Alessandrini, la pietra angolare che regge tanto l’impianto metaforico (animalesco) quanto la gnoseologia che quello sottende, è l’animale-uomo, rilevante in quanto biologico e insieme morale, istintivo e razionale, naturale e civile. È da qui, innanzitutto, che può sprigionarsi una pratica di poesia, per cui il verso assume da una parte il ruolo di racconto/resoconto (un verso spontaneo, orizzontale), dall’altra il compito di scandaglio/analogia (una verticalità ospitata, uno sguardo all’oltre).

In Somiglia più all’urlo di un animale, dunque, il rapporto con l’animale è calato all’interno dell’uomo-storia, nel senso del suo esserci in quanto temporalità, genesi e trasformazione biologica. Le sezioni che strutturano molto ordinatamente il libro sono infatti Estinzione (l’animale guasto), Terre di mezzo ed Estensione (l’animale giusto), dove la prima si incentra sul soggetto in quanto vivente (e vissuto, dunque scaduto, che opera una mesta «manutenzione del Creato») mentre l’ultima si schiude all’apertura delle aperture, e cioè alla nascita. La genesi si conclude perciò con la riproduzione, ovvero non si conclude, e il figlio è la prova vivente – appunto – della potenza dell’uomo in quanto animale («mentre tu lieviti in grembo / piano piano si proietta sul muro / l’ombra del gigante umano»).

Ma si vede già dalle parentesi delle sezioni come la trafila uomo-storia-biologia venga complicata dall’ingresso di una questione morale, “non naturale”: l’animale-uomo non è neutro, non è solo carne, e può connotarsi come guasto (il padre che si accorge della propria decadenza) o come giusto (il padre che scopre nel figlio la luce di una possibilità migliore). Somiglia più all’urlo di un animale, insomma, sovrappone la storia del corpo a quella dell’identità, dove l’urlo è la voce e insieme lo squarcio, il miracolo-orrore della nascita come materia e insieme come esserci.

Proprio la “questione morale” è il gancio che conduce a I congiurati del bosco, che però – pur mantenendo stilisticamente un verso morbido, posato, sciolto – è organizzato strutturalmente in maniera molto diversa. Qui non assistiamo tanto allo sviluppo di una genesi (o due: del padre e del figlio), bensì più evidentemente a una bipartizione, a una dialettica tra opposti. Che è quella tra dentro e fuori, dove il dentro rischia la menzogna, e il fuori equivale a un richiamo di possibile redenzione, di libertà. Ancora, infatti, il coefficiente angolare dell’immaginazione è l’animalità – stavolta presa, però, come natura selvatica, e cioè come verità (almeno sognata) dietro la maschera della civiltà.

Così la prima sezione, Acqua&sapone, insiste sull’artificialità del mondo umano, falso e inaffidabile proprio in quanto candido e polito. Anzi, le pratiche di tolettatura e perfezionamento del corpo che mettiamo quotidianamente in pratica sono evidenziate proprio in quanto insistiti esercizi di de-animalizzazione: «Ci siamo fatti bianchi / così vitrei, così trasparenti / ci siamo fatti pelle inumana / a poco a poco sottile / senza inestetismi / e dermatiti, / immuni al tempo: / porcellana.» Per contro la sezione terza, Bestiario della seduzione, fa un mini-compendio di figure animali, libere nella pre-civiltà, di cui si lodano l’«innocenza», la «bellezza», l’«orgoglio». Ma l’uomo rimane uomo anche mentre contempla l’animale, e lo contempla proprio in quanto inavvicinabile alieno. Exit strategy (sezione quarta), allora, pone un sigillo di disperazione al sogno animale: appaiono tentativi di rottura, anche violenta, della barriera umana, episodi di pazzo e vano auto-superamento («Tre fiori, una magnolia o un’orchidea, / quelli che dicevano velenosi: / ne aspiro tutto il succo»).

La frizione da cui partono gli ultimi due libri di Alessandrini, insomma, riguarda la coesistenza problematica tra l’animalità come conditio sine qua non dell’umanità e l’animalità come contro-umanità. Nel passaggio da Somiglia più all’urlo di un animale a I congiurati del bosco Alessandrini sposta lo sguardo dal primo al secondo tema, mantenendo però intatto non solo il focus sull’animalità, bensì, e soprattutto, l’ambivalenza su cui l’uomo si fonda. Da questo spostamento derivano le strutture quasi antitetiche dei due libri: un divenire che riproduce se stesso nel primo; un fascio di antinomie nel secondo.


[1] Finora ho dedicato la sezione Krino del blog a questo tipo di esperimenti: valutare continuità e fratture tra due libri contigui di un medesimo autore. Prima di Alessandrini, ho scritto sugli ultimi lavori di Carlo Tosetti e di Pasquale Pietro Del Giudice.

Tre o quattromila abitanti

Finora il caso ha voluto che io abitassi solo paesi di tre o quattromila abitanti. Vicovaro, Menaggio, Fossalta. La città l’ho vissuta da studente, da turista, da nomade; e per chi viene dalla mia stessa realtà abitare rimane un fatto di piccola piazza o quattro gradini fuori la porta. Provare a nascondere questo – per vergogna, magari – è tradire.

Andiamo veloci verso la smart city. Farinelli scrive: «la città globale, all’interno del cui congegno spazio e tempo non spiegano ormai quasi più nulla, e l’apparenza topografica, il visibile è una spoglia dalla quale non si ricava più nulla di plausibile e concreto circa il funzionamento del mondo.»
E la smart city è infatti qualcosa che non si tocca, un meccanismo oliato e nascosto, l’interconnessione aerea.
Ma la maggior parte di internet passa in cavi d’acciaio sottomarini, non tra i satelliti, e con quattromila anime affianco – solo quelle – senti ogni ruota, qualcosa che scotta.

Un amico mi ha detto una volta: “l’unica cosa che si può fare al paese è terrorizzarsi”. E aveva ragione, perché può essere tremendo. Ma quanto questo spavento mi sembra fiero, ancora, di fronte alla città sottocutanea; questa tenacia a farsi contro la storia, se la storia è logora – da reliquia ad alternativa. Ci sono nei paesi queste ragioni: che il luogo è più dello spazio; che il difficile è meglio del facile; che niente è facile davvero.