Post-ideologia e conservazione della specie

Che sia chiaro una volta per tutte, almeno, grazie alla parabola dei 5s e all’indecisionismo letta-renzi-calendiano, che la post-ideologia è un’illusione. Anzi (mi sembra superfluo dirlo ma lo dico) è a sua volta un’ideologia – che disinnesca ogni possibile tentativo di effettiva trasformazione del reale.

Credo invece che tornare a ragionare sul meccanismo dell’ideologia – evitando, certo, le cristallizzazioni – sia importante. Sanguineti ad esempio parla di ideologia come «organizzazione […] che gli individui – e i gruppi sociali, e le classi – cercano di dare alla realtà».
O, se proprio il discorso sulle classi non vi piace, la si legga almeno in termini antropologici, con Geertz: «è attraverso la costruzione di ideologie, immagini schematiche di ordine sociale, che l’uomo fa di se stesso, per il meglio e per il peggio, un animale politico».
Insomma, se incrociamo le citazioni, risulta che l’ideologia è un inevitabile aggregante simbolico, e che può esistere un’ideologia “a monte”, che raggruppa interessi particolaristici affini, e un’ideologia “a valle”, cioè convertita in coscienza di classe.

Il Movimento 5 Stelle, ad esempio, ha sempre rifiutato la categorizzazione, ha sempre parlato di legalità senza calare la legge nelle contraddizioni economiche, facendo della giustizia una diligente (ma mera) aderenza all’esistente. In parallelo, la sedicente sinistra ha fatto subliminalmente suo il mantra post-ideologico, risolvendosi in un atteggiamento nevrotico che in superficie si fregia dell’eredità progressista ma strutturalmente partecipa al mantenimento delle cose.

Il risultato? I post-ideologici (latenti o patenti) sposano l’ideologia dello status quo (che è, neanche a dirlo, quella capitalistica) e l’unica fazione rimasta a non vergognarsi della propria ideologia è la destra. Che la utilizza sia in termini di protezione di classe (quella dei ricchi) sia in termini di definizione culturale e antropologica (cosiddetta famiglia naturale, xenofobia eccetera).

Cosa spero quindi per le prossime elezioni? Quello che spero per tutte le elezioni da un po’ di tempo: che i voti si disperdano tra partiti piccolissimi. O, al limite, la diserzione. Bisogna cominciare a interrogarsi sul Parlamento in sé come strumento di potere di una classe, vista la popolazione che lo abita. E poi sull’amore per la poltrona, che è qualcosa di più articolato dell’avidità individuale. È conservazione della specie.

Chupa Chups a Sofia

…ad esempio pensando i luoghi come contraddizioni in essere. Come Sofia, che è slava, e romana, e turca, greca, russa, sovietica, post-sovietica. Credo che il valore del viaggio (anche se il nostro è più che altro teletrasporto + collezionismo; ma di questo riparlerò) sia scoprire i terremoti delle città, più che la loro appagante, venduta integrità

Il paese e l’evento

Il paese è anche questo: l’evento. Uno. La città è per essenza molteplice e diffusa, gli eventi. Gli eventi sono attrazioni, l’evento è un centro di gravità. Oggi succede che il temporale butta giù un albero storico. Quindi ora sono tutti qui, in piazza, si telefona, si scattano foto. Nessuno ha chiamato nessuno eppure siamo qua. Ci conosciamo per nome e cognome. Io pure andavo altrove ma in qualche modo sono qui, ed è accaduto prima di pensarlo. Per strada la gente dice solo dell’albero, si sente anche a finestrini chiusi. Il paese è che qualcosa è successo e adesso ne parliamo.

Esame di stato comatoso

Non so. Festeggerò le tracce della prima prova solo quando troverò qualcosa del tipo “Perché il figlio di Berlusconi ha dieci yacht e tu no?”

Per il resto mi sembra che anche le proposte di quest’anno si appiattiscano sui feticci tipici del pensiero sociologico scolastico – razzismo, cambiamento climatico, tecnologia… – e su un civismo generico che stimola, da quei feticci, al massimo una artificiosa e autoassolutoria distinzione tra bene e male.

Non può esserci esercizio di ragionamento complesso – quale la prima prova dovrebbe essere – senza una cultura della complessità affermata con costanza. Così come non può svilupparsi pensiero politico in uno spazio forzatamente depoliticizzato: qui l’impegno è solo apparente; rituale celebrativo della più che innocua “educazione civica”, cultura senza ossa.

La cura è la malattia, e viceversa

Nella Coscienza, Zeno si proclama guarito e contestualmente dichiara che a essere malata è l’umanità intera; dice che interromperà la terapia (che è la scrittura) ma lo fa scrivendo ancora una volta. Ne Il buio e il miele Vincenzo, malato, parte per ammazzarsi e alla fine ammazza. In Laborintus I leggiamo «palus putredinis» e «aria inquinata» ma anche «dove soprattutto vedete igienicamente nell’acqua antifermentativa». Palazzeschi spera per la fontana malata «qualcosa / per farla / finire / magari… / magari / morire», per poi pentirsi subito: «Madonna! / Gesù! / Non più!». Balestrini scrive: «godiamoci il viaggio, / godiamoci, non c’è pericolo se ci perdiamo, tanto non si viaggia / (il profilo di un paziente su un carrello attraversando la carestia), / tanto non si arriva, arriveremo». Corazzini: «Io l’amo perché so / che croce fu dolore». Leopardi: «naufragar m’è dolce in questo mare». Villa: «ogni rovina paragona allo spirito immune». Magrelli: «Solo di questa interminabile / cattività so scrivere / e scrivendo infittisce / la trama del mio carcere».

La letteratura ci è necessaria perché è l’unica dimensione in cui la cura coincide con la malattia. Gozzano la chiama «tabe letteraria». Nel momento in cui comincia il glitch, il tarlo, il paziente e il medico si guardano, ma nello specchio; e che la cura voglia uccidere la malattia così come la malattia vuole uccidere la cura, significa solo puntare a eliminare l’altro che è in noi e che abbiamo scoperto, il farmaco che ci vuole risolti o la malattia che ci vuole distrutti. Ma si manca sistematicamente il bersaglio, perché l’altro che è in noi siamo noi, e ci svela cose ignote, preziose o almeno inquiete, cioè la malattia che la cura non riesce a essere, e viceversa. In questo modo si fallisce – cioè si scrive e si scrive.

Pazzia e impero

Un errore è pensare che Putin sia pazzo. È sempre rischioso interpretare la storia secondo l’opposizione tra sano e patologico, perché l’essere sano è solamente un essere sottomesso ben nascosto (cioè, per l’Europa, l’essere parte dell’espansionismo americano). L’Ucraina non è uno stato sovrano perché non esistono stati sovrani: solo protettorati più o meno espliciti, che un potere trattiene scegliendo o l’artificio mediatico rassicurante o la magnificenza del dittatore-protettore.

Il comportamento di Putin si spiega invece indagandolo razionalmente e materialmente, anche quando chiama in causa il nucleare: il suo è un imperialismo nazionalista che cavalca la nostalgia sovietica come strumento di autolegittimazione simbolica, ha precisi obiettivi e precisi avversari, che hanno a loro volta precisi obiettivi e precisi avversari.

Dunque da una parte c’è il capitale, che fa leva sull’idea che essere liberi sia essere liberi di comprare qualcosa, e ci fa immaginare il mondo come un’opposizione tra fortunati e sfortunati (che sono lontani da noi e possono essere bombardati); dall’altra un’autorità che arruola attraverso la ritualità, l’adesione personale al potere (e cioè, letteralmente, un fascismo).
Leggo in giro che la posizione “né né” sarebbe banale; e invece secondo me è l’unica opposizione che ci appartiene. Le guerre tra imperi, le guerre tra nazioni non ci riguardano perché la nostra “nazione” è una sola, internazionale, la stessa degli sfollati ucraini; e cioè la classe proletaria.

Gioventù bruciante

Ieri a scuola incontro sulla violenza di genere. La sessione prevede la visione “a distanza” di uno spettacolo teatrale e una successiva discussione via Google Meet con il regista.
Succede che durante la conversazione (piena di stereotipi e banalità, come spesso purtroppo succede quando tematiche di questo tipo vengono trattate a scuola) dei troll (forse ragazzi dell’istituto con altri account, forse no), tra cui un famigerato potek, irrompono continuamente nella riunione con suoni molesti e shitstorm in chat. L’indignazione è generale, ma nessuno degli organizzatori – nessuno – riesce a impedire l’accesso di questi personaggi, nonostante in classe mia tutti sappiano come si fa: espellere gli intrusi e mettere la richiesta d’accesso alla riunione.

Allora decido di interrompere il dibattito ormai corrotto e dico ai ragazzi di ragionare insieme sul rapporto tra scuola e tecnologia, su come l’incontro sia diventato un tizio che parla con degli spettri, su come il tema della violenza (o quello imminente sulla memoria, più altri) sia trattato con sufficienza e tramite formulette preconfezionate, su come quasi quasi il situazionismo di potek è più interessante di una conversazione completamente ingessata.

L’ora successiva ho buco. In sala professori naturalmente non si parla d’altro, e siccome so che poi va a finire che mi incazzo me ne sto da parte, leggo il manifesto (c’è un tizio che legge sempre Libero in sala prof, e allora ho deciso di comprare il manifesto ogni volta che so che lo incontrerò e di sedermi di fronte a lui), finché non sento uno che fa:
«Va be’ semplifichiamo: sono cretini e basta».

A quel punto sono costretto: rispondo che un videogioco fatto bene è un’esperienza cognitiva e narrativa più profonda di una scuola che vuole insegnare una tecnologia che essa stessa non sa usare; che la violenza di genere (e la memoria, e il bullismo, eccetera) sono questioni serie e richiedono un linguaggio serio, una maturazione di sguardo, non un breviario di soluzioni astratte e semplicistiche; che, soprattutto, abbiamo il dovere di aprire una sociologia, un’antropologia e una psicologia per spiegarci il comportamento di potek, invece di bollare il problema come malattia generazionale.

Naturalmente mi mangiano vivo. Cretini, cretini. Perciò rigiro la questione a voi: quant’è paternalista, banalizzante e miope una gran fetta del corpo docenti? Come fanno delle persone che hanno il dovere di educare alla complessità e di esercitare l’analisi del mondo a ricondurre tutto a un’opposizione moralistica tra gli studenti-modello (che poi sono i composti, i robot, i morti) e i brutti e cattivi (che certe volte sono i più svegli e creativi)?

Potek, magari sei veramente un cretino. Ma per me può darsi pure che tu sia un cretino quarantenne, cinquantenne. Lasciaci parlare (bene) di violenza di genere, che è urgente, ma sappi che t’ho difeso da chi educa al non chiedersi niente. Dalla maggioranza.

Metariflessione e pentole in acciaio inox

Nelle discipline cosiddette umanistiche è connaturata una costante necessità di autogiustificazione. Certamente in tutte le discipline esiste una pratica di metariflessione – è un passaggio obbligatorio per strutturare, o criticare, la disciplina stessa – ma non in maniera così insistita, urgente, come nelle discipline umanistiche.
Perché?

Una motivazione credo sia interna: in quanto “scienze inesatte”, le umanistiche sono discipline che di fatto si alimentato di trasversalità, dubbio, non-dato.
Ma più interessanti, per questo discorso, sono i fattori esterni: innanzitutto, il mondo. Nel mondo in cui viviamo la letteratura non serve, è percepita come accessoria, e dunque deve in primis sforzarsi di spiegare perché esiste. Se non servi a niente, perché esisti? Perché ti studiamo? Una buona parte del tempo che passo in classe lo passo a cercare di mostrare ai ragazzi a cosa può servirci studiare letteratura (e perché sia importante superare questa ossessione utilitaristica): che io abbia ragione o meno, di fatto spendo molto tempo a cercare di giustificare la “semplice” esistenza di una disciplina. Ai colleghi di altre materie non serve, o serve meno: sono assodate le utilità dell’informatica o del calcolo, per esempio.
Poi: l’individuo. Ovvero che dal momento che siamo nell’eterno spettacolo, compiere un gesto che implica una divisione di ruoli emittente/ascoltatore, autore/pubblico, ecc. (mettetela come vi pare) significa appropriarsi di uno spazio di attenzione. E se ti appropri di uno spazio di attenzione vuol dire che stai guadagnando qualcosa, e se stai guadagnando qualcosa vedi di fare in modo che ciò che dici abbia una qualche utilità, altrimenti togliti, sei un usurpatore. Ma dal momento che – come sopra – la letteratura non serve (o questo è ciò che si percepisce) lo scrittore è inevitabilmente un usurpatore di attenzione, cioè un narcisista.

Occuparsi di discipline umanistiche, quindi, e in primis di letteratura, significa rischiare almeno tre volte di essere usurpatori: perché l’inesattezza congenita della materia ci espone al dubbio, che complica le cose invece di aggiustarle; perché la materia non ha nessuna utilità pratica; perché nel produrre questa materia inservibile ci puntiamo immeritatamente il riflettore addosso.

Esiste perciò un nevrotico disagio della scrittura che si manifesta anche qui dentro, ogni volta che clicchiamo su “A cosa stai pensando?”: pubblicare un libro mi renderà narcisista? un elemosinante? pubblicizzarmi mi renderà moralmente disprezzabile? un elemosinante? esprimere un’opinione impopolare metterà in crisi le vendite dei miei libri? dovrò di nuovo elemosinarle? mi si nota di più se scrivo moltissimo o se non scrivo niente?
Un fatto di postura e di chiasso psicologico, insomma, che è anche – io credo – tra le ragioni per cui leggersi tra scrittori diventa sempre più una comfort zone difficile da abbandonare: scrivere è obbligatoriamente anche ricco e snervante metascrivere il ruolo dello scrivente nel mondo… mentre il mondo lo rifiuta.

(Che in parte è pure colpa nostra, poi, ma lo sappiamo, e sappiamo cosa avremmo da ridire sugli stereotipi, se solo gli altri non continuassero a guardarci di default come una mandria di Mastrota che cercano di vendere pentole che nessuno ha ordinato…)

Libro, tempo-che-si-ha, tempo-che-si-è

Il libro è uno strumento anacronistico. È pensato per un’epoca che non è la nostra, perché richiede una disposizione e un tempo che solo a forza possiamo far rientrare nel sistema industriale e post-industriale.
Da qui l’assurdità delle 190 novità interessanti di inizio anno che annuncia Il Libraio: nel momento in cui entriamo nella logica del tempo che si accumula o si perde, fondamentalmente nel tempo-che-si-ha, il libro esce dal gioco.
Da qui, anche, l’incapacità strutturale della carta di raggiungere l’efficacia del video, cioè dei film e delle serie TV, ma anche dello schermo in generale: perché dovrei leggere per settimane un libro che mi racconta una storia se posso guardare un film e conoscere la stessa storia in un decimo del tempo? Perché devo leggermi una poesia che mi confessa gli affanni di qualcuno se posso ascoltare gli affanni di qualcuno su YouTube? La repulsione alla lettura non avviene perché la gioventù bruciata non vuole seguire le vecchie buone abitudini, ma perché non ha oggettivamente senso (a come stanno le cose, cioè nel tempo-che-si-ha) fare in venti ore una cosa che posso fare in venti minuti.

E allora che fare? È chiaro che non si tratta di ristabilire l’aura pre-baudelairiana del libro: l’epoca nostra è questa, e romanticizzare passatisticamente quello che è stato non serve a niente.
Ciò che serve, invece, è battere sullo specifico del libro. Lo specifico del libro quanto al testo è l’inclinazione del linguaggio: non posso competere con la tridimensionalità e la rapidità del cinema se voglio semplicemente “dire”; devo perciò espandere il dire, ovvero dire evidenziando il dire, dire male, dire e non-dire insieme, ridire, sottrarre facendo emergere un vuoto, eccetera. Questo può farlo solo il libro.
Lo specifico del libro quanto al contesto è invece proprio l’anacronismo, in senso letterale e quindi profondo: un intruso nell’industria e cioè un fuori tempo nel sistema economico; un oggetto che mi chiede concentrazione e insieme distrazione, attenzione e rinuncia, e cioè che può strapparmi via dal tempo-cronaca anche per mesi.

Insomma, lo specifico del libro è, socialmente ed esistenzialmente, aprire al tempo-che-si-è. A un’irraggiungibilità. Su questo dobbiamo insistere.