L’insegnante che si umilia

Questo è quel periodo dell’anno in cui ogni “aspirante docente” (quante cose brutte in questa definizione) si umilia, sia per le GPS o per le MAD. E si umilia non “semplicemente” come persona che vende il proprio tempo in cambio di un potere d’acquisto (che è l’alienazione standard), ma di più e peggio come persona che regala al vuoto il proprio tempo in cambio di una possibile (?) opportunità.

Anche questo è un grande scarto che ci separa dalle generazioni precedenti, una grande forma di incomunicabilità. Gli anni ’80 hanno educato i nostri genitori a pensare che la felicità si compra, e quindi che il lavoro è accumulazione di felicità possibile; una forma di alienazione tutta interna all’esplosione della pubblicità, al dialogo fitto (ma concreto, almeno) tra tempo venduto e oggetto acquistato.
La nostra alienazione è molto più subdola, perché inserisce quel discorso (comunque presente) in un crollo costante di garanzie sociali. Questo è il precariato: che la felicità, sì, ancora si compra, ma che anche il lavoro si compra (esperienza, punteggio, titoli, tempo = soldi), e la tua vita deve essere la spesa gratis del corpo alla ricerca di un guadagno che forse ti apre un acquisto (alienante). Il desiderio dell’acquisto rimane invariato, ma la dialettica è monca, e il precario è il nulla sociale, turbina di produzione di occasioni irreali e basta.

Non auguro a nessuno l’esperienza dell’invio massivo delle Messe a disposizione: venti giorni dalla mattina alla sera a ripetere lo stesso identico gesto senza sapere se servirà a qualcosa. Non lo auguro a nessuno perché è una delle esperienze che più si avvicinano a ciò che la nostra realtà, dietro la patina, effettivamente è: alienazione informatica per acquistare l’aura impalpabile di un illusorio ruolo nel mondo.

O alienati o smarriti

Si esiste sostanzialmente in due modi: o alienati o smarriti.

Lo smarrimento è l’a parte, la follia, la lucidità cieca, l’«auto-spavento» (C.B.), il Grand Canyon, la lite, la pre-occupazione e dis-occupazione, la sottrazione, la voragine, la verità, il fondale, le occhiaie, l’affogamento nel linguaggio, la complicazione, il contraddittorio, Munch, l’infestazione, lo iato.
L’alienazione è il davanti, il normale, la lucidità vedente, l’auto-convinzione, via del Corso, l’occupazione, l’addizione, l’asfalto, la menzogna, la superficie, le palpebre, l’indifferenza al linguaggio, la semplificazione, il pacifico, il contratto, l’insetticida, il dittongo.

Smarrirsi, impazzire è certamente terrore. Una cosa che non si insegna. Ma il fatto è che s’impazzisce nella propria pelle, mentre ci si aliena nella pelle di un altro, dell’Altro che io sono e che però non vedo all’interno della lucidissima cecità dell’auto-convincermi vero alla società – una cosa, a pensarci, ripugnante.
Chiaramente noi tendiamo in massa all’alienazione (perché questa, sì, è una cosa che si insegna) – il problema è giustificarla, farla diventare morale.
Io ad esempio una volta disalienato vorrei provare a smarrirmi.

Anacronistici all’epoca, contemporanei a se stessi

Vivere nella società virtuale significa essere immersi in meccanismi di significazione diffusa per cui un oggetto culturale (un oggetto tout court) raggiunge il soggetto solo all’interno di una dimensione “espansa”, galleggiando cioè in un nucleo di significati ulteriori che riguardano la percezione collettiva, il prezzo, la riproducibilità tecnica, il medium, lo status sociale, l’appartenenza a un gruppo, ecc.
Un oggetto (culturale) non si dà insomma nella sua nudità estetica, ma sciolto entro la propria sfera di ingerenza simbolica.

Poiché questo è spesso taciuto (non problematizzato o semplicemente non osservato) l’etica culturale più frequente (che possiamo chiamare tendenza) è l’acquisizione inconsapevole della sfera simbolica insieme all’oggetto, dunque una reazione che punta non alla critica – al giudizio -, di per sé straniante, dell’oggetto-sema, ma all’adeguazione del proprio comportamento agli input della sfera simbolica/tendenza (quale status posso ottenere, in quale gruppo culturale entro, cosa mi fa giadagnare questo medium, in che modo aumenta la mia significatività virtuale ecc.). L’effetto è l’inseguimento (apparentemente autolegittimante) dell’epoca, dunque la perdita di sé e l’alienazione.

L’autenticità (che corrisponde a un porre, a un’autorità: autos-entos), io credo, si trova invece all’esatto opposto; si acquisisce cioè nella critica dell’oggetto, quindi nel trovarsi spostati rispetto alla tendenza e all’offerta del tempo, infine nella proprietà di sé.
Autenticità significa il contrario di tendenza: anacronismo rispetto all’epoca e contemporaneità rispetto a se stessi.