Un film asemico in arrivo

È in uscita AA9MXE00TJOL, film scritto, montato e diretto da Giuseppe Calandriello, produttore esecutivo Paola Raffo, prodotto da Paolo Martini, voci di Francesco Aprile, Andrea Astolfi, Diego Bertelli, Antonino Bove, Karri Kokko, Antonio Francesco Perozzi, Lamberto Pignotti.

Notizie su IMDBTMDBLalùz Films (e Vimeo) e trailer su YouTube.

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Pasquale Pietro Del Giudice da Piste ulteriori per oggetti dirottati a Difetto di coincidenza

I primi due libri di Pasquale Pietro Del Giudice si fronteggiano e si completano, ma insieme si negano e speculano l’uno sull’ombra dell’altro. La continuità più evidente tra Piste ulteriori per oggetti dirottati (Ensemble, 2019)[1] e Difetto di coincidenza (Oèdipus, 2020)[2] è quella stilistica: la poesia di Del Giudice è una poesia dell’elenco, dell’accumulazione, dell’insistenza su un elemento (materiale o cogitale o esperienziale) che viene interrogato, sminuzzato, scoperto nella molteplicità che contiene.

Una continuità stilistica, dunque, che è anche una continuità di sguardo – la poesia di Del Giudice si struttura letteralmente, spesso, come “svolgimento” del titolo, nel senso che il titolo segnala una condizione o un’esistenza (ad esempio di un oggetto), i primi versi la portano sulla scena, i successivi la “svolgono” gnoseologicamente, la esplorano. E questo vale tanto per Piste (Il bilanciere, Il coltello, La cintura…) quanto per Difetto (Le regole dell’attrazione, Blackout, Attorno alla nascita…). Eppure l’operazione dei due libri è sostanzialmente antitetica: in un certo senso, possiamo dare al primo il ruolo di “studio” e al secondo il ruolo di “vita”.

È innanzitutto un’osservazione filologica a chiarire questa dicotomia. Nonostante sia uscito dopo, Difetto di coincidenza – ci dice la Nota introduttiva – «raccoglie gli attraversamenti, le sperimentazioni formali di poco più di un decennio» (per la precisione dal 2005 al 2018) e dunque precede di molto Piste, che per di più ha avuto una gestazione molto breve (pochi mesi). Del resto, se facciamo attenzione alla coerenza stilistica interna, il primo libro appare assai più compatto del secondo. Anche quest’ultimo intende principalmente la singola poesia come unità solida e densa (quasi sempre un’unica strofa di almeno trenta versi, asindeti, lessico filosofico, versi irregolari e spesso lunghi), ma non disdegna l’inserimento di strutture più leggere, come i distici di Consuntivi ennesimi e dinieghi, la misura ridotta di Prognosi riservata o la frantumazione di Chiaroscuro. Sono, queste, schegge che arrivano evidentemente da altri tempi, prima di una più consapevole e maneggiata formalizzazione.

Accanto ai “modi”, poi, è la filosofia – effettivo campo di studi dell’autore – che anima i due libri a dare loro una precisa direzione, e un obiettivo. Anche in questo, Piste si rivela più definito e organizzato: pezzo per pezzo, materiale per materiale, l’esordio di Del Giudice è l’indagine del retro degli oggetti, della gamma di significati (analogici, spesso) che ogni loro parte o condizione può scaturire. Il soggetto occupa lo spazio dello scrutatore, e anche quando la poesia si rivolge nei suoi confronti lo fa oggettivandolo, approfittando del suo essere (anche) carne per sottoporlo allo stesso microscopio metaforico che si utilizza nello scandaglio degli oggetti.

Ecco, dunque, lo “studio”: progetto, programma, esplorazione, macrotesto, tesi, sono paradigmi e strumenti che riguardano pienamente Piste ulteriori per oggetti dirottati tanto per ciò che concerne l’idea di poesia di cui è portatore, quanto per il ruolo che occupa all’interno dell’arte di Del Giudice – una costola, cioè, di un percorso più ampio e radiale. Questo percorso è appunto Difetto, che si concentra su ciò che Piste deve cercare di eliminare o somatizzare: il soggetto, appunto.

Il gancio con il soggetto che diventa carne-oggetto in Piste è sicuro, e Difetto accoglie anche questo modus spregiudicatamente analitico-analogico (Kamikaze). Tuttavia il secondo libro va oltre, e non può fare altrimenti, esistendo innanzitutto come raccolta di scritti sparsi, differenti: Difetto di coincidenza – secondo chi scrive – può leggersi solo in parte come studio, progettazione gnoseologica, e abita più profondamente, semmai, quello studio condotto ininterrottamente e dunque non percepito più tale, cucito nel soggetto; l’auto-studio necessario, insomma, dell’autocoscienza. E infatti in questo lavoro troviamo un tenore emotivo tutto diverso: basta pensare che contenere il molteplice (reale o analogico) è per gli oggetti una pista ulteriore, quindi tutto sommato un’occasione e un’apertura, mentre per il soggetto è una mancanza e – appunto – un difetto. Quella «misurazione del ritardo di un io dalla vita, impossibilitato a coincidere con quest’ultima e una visione univoca di se stesso» di cui Del Giudice parla ancora nella Nota introduttiva è calata fin nell’anatomia del libro, che deve infatti cancellare o ridurre quell’ironia (magari amara) che sempre era presente nei momenti in cui Piste finiva per interrogarsi sul soggetto (Sotto la doccia, Pensierini su trent’anni…).

Un allargamento spaziale e temporale, più che un salto, quindi, tra il primo e il secondo libro di Del Giudice, che conferma una sfasatura universale, ma apre anche un interrogativo sull’esercizio concreto della poesia: gnoseologia metaforica o inadempienza dell’io a se stesso?


[1] Di questo libro ho scritto più approfonditamente su Grado Zero.

[2] Un estratto da Difetto di coincidenza è apparso anche su La morte per acqua.

Io e linguaggio (ovvero perché continuiamo a svegliarci la notte)

Per come la intendo io (in questo momento, almeno), poesia è una forma di de-scrizione: c’è un grumo materico/percettivo/esperienziale/cogitale a monte e lo sforzo poietico è quello di cercare di tradurlo. Descrizione perciò in un senso che ingloba ma supera la mimesi e l’ecfrasi (pure forme di dialogo cosa-parola tutt’altro che “semplici”), e che riguarda in generale quella che spesso mi viene da definire arte della nominazione. Per questo motivo è efficace anche una poesia che abbandona del tutto il signi-ficato e si costruisce in puro signi-ficante, dacché se è arte del nome sempre signi-fica, cioè genera segni. Dietro, nel caso estremo, c’è una forma di non detto o non pensato (anche questo di forme multiple e sovrapponibili: inconscio/emotivo/mistico/mnesico/…).

Ecco che lo status di essere-nella-poesia, cioè il periodo fattivo, lungo o breve che sia, di elaborazione e scrittura, è una titanomachia tra persona e linguaggio: spingere al massimo livello di incisività quella che qui ho chiamato de-scrizione, fosse anche questa la cassazione del segno (che è, a sua volta, un signi-ficante). Roba, insomma, che coinvolge – cioè stravolge – realmente l’esserci nella sua interezza, dunque anche il corpo, e che richiede una nuova quiete per dirsi risolta – cioè una poesia de-scritta; oppure una nevrosi.

In questa che è propriamente violenza c’è svegliarsi la notte per appuntare una (1) parola, ripetersi un verso per tutto il giorno. Essere spostati rispetto alla propria lucidità e quotidianità, che nella sfida con la lingua vengono manomesse, elaborate, ricucite (poi di nuovo manomesse).