Lobby nera e fascismi (improbabili)

Quello che viene da chiedermi guardando le inchieste di Fanpage sulla Lobby nera è: in che modo è possibile il fascismo oggi (cioè in una fase storica in cui ogni ideologia “dell’azione” si scontra con la macchina burocratica e autolegittimante del capitalismo)?

La risposta che mi do è che rigurgiti neofascisti possono esistere principalmente in due modi:
1) del tipo casapoundista, e cioè in forza di un coinvolgimento euforico che è interscambiabile con quello delle tifoserie calcistiche (e infatti molte persone che frequentano un giro spesso frequentano anche l’altro). In questo caso il fascismo è un irrazionalismo confuso che nasce evidentemente da un malessere sociale ed economico convertito in rabbia verso un apparente nemico (il nero, il gay, il comunista, ecc.). Una possibilità, insomma, che assomiglia alla fase sansepolcrista del fascismo storico.
2) del tipo massonico, che è quello che emerge da questa inchiesta. In tal caso l’euforia è sublimata in una forma intellettualizzata e soprattutto ritualizzata di adesione a un credo. Qui il corredo simbolico fascista ha una funzione antropologica di costituzione del gruppo, e costruisce un modello iniziatico, con una gerarchia e una tecnica di arruolamento che si giustificano tramite, appunto, questo credo centrale. Allora stavolta siamo più vicini alla passione magica ed esoterica di certe branche del nazismo (ma anche del fascismo, in misura minore): vedi Himmler.

Ora, per quanto squallide e pericolose in termini di episodi (odio sociale, maschilismo, e così via), io non credo che queste forme possano evolversi in una struttura politica fascista stabile e di larga scala. Per un semplice motivo (che spesso dimentichiamo), ovvero il fatto che il fascismo è anticapitalista. L’autarchia e il nazionalismo mussoliniani sono sistemi chiusi e non possono accettare l’universalismo cui tende l’ideologia del capitale.
E del resto se si segue con attenzione l’inchiesta emerge con evidenza come tutto il fervore nostalgico rallenti e scompaia di fronte a qualcosa di più fondamentale e imprescindibile: gli affari. È chiara allora la natura farsesca del tutto, e che il fascismo massonico serva più alla demarcazione dei confini di un gruppo con mire economiche che ad altro.

Quello che voglio dire, insomma, è che certamente tutto questo è da combattere, e che spaventa pure, visto che serpeggia a un livello così alto e profondo della partitica – ma anche che nei linguaggi e obiettivi dell’inchiesta non riesco a non vederci una certa tendenziosità, tipica poi di molti servizi di Fanpage e infine della storia recente della sinistra. Ovvero, l’additare moralisticamente il nemico, che è poi lo stesso meccanismo della destra, solo di segno opposto. Prima era Berlusconi, poi Salvini, poi la Meloni.

Sia chiaro, questa è gente che si merita tutto il mio disprezzo. E inoltre ritengo che “Lobby nera” di per sé sia un’inchiesta utile e importante.
Ma io proprio non ci riesco ad arruolarmi in una sinistra che si muove solo come negativo della destra: la scena finale del video, in cui invece dei soldi consegnano ai fasci dei libri, l’ho trovata di una retorica e di un intellettualismo davvero irritanti.
Ancora l’espediente comunicativo del male che si cura con il sapere, che proposto così, come un farmaco, è solo un mito. E poi, soprattutto, il grande assente (letteralmente, qui): i soldi. Cioè il capitale. Che è l’argine a ogni razzismo e fascismo, perché è il vero motore delle disuguaglianze del nostro tempo e dunque il nemico reale – benché dimenticato dalla sinistra – di noi schiavi del (non-)lavoro.

Corpi (pseudo-)rappresentati

Nuovo Primark, Roma Est.
Le modelle rappresentate sui cartelli seguono criteri di inclusività, quanto a colore della pelle e forme del corpo. E fino a qui, bene.
Però mi chiedo: come può questo convivere col Bella ciao de La casa di carta stampato sulle magliette, con il non-luogo del centro commerciale, con la multinazionale?
È evidente questo cortocircuito: una nuova idea di corpo proposta nel luogo del consumo; cioè un’idea di avanzamento in uno spazio di conservazione (della gerarchia tra produttore e consumatore).

Possiamo allora permettere che a decostruire i modelli deleteri del corpo siano gli stessi soggetti che anni addietro li hanno costruiti? Non è questo un gioco delle tre carte e cioè ancora una colonizzazione dell’immaginario, solo in altra direzione?
Ricadiamo così di nuovo nell’ideologia del corpo – vedi Ronaldo, la moda del fitness ecc. – che è individualizzante, moralizzante e genera un “rimosso” collettivo, ovvero la struttura economica e il suo vizio.

Se non intercettasse la sensibilità (magari anche autentica) di una fetta di pubblico, e se attraverso quella sensibilità non riuscisse a magnetizzare un potere d’acquisto, Primark – o chi per lui – insisterebbe senza dubbio col modello Pamela Anderson.
A conti fatti, l’unica rappresentazione reale è l’autorappresentazione, il DIY, e noi dobbiamo stare attenti, attentissimi a non confondere la sensibilità con la strategia (di mercato).