Il paese e l’evento

Il paese è anche questo: l’evento. Uno. La città è per essenza molteplice e diffusa, gli eventi. Gli eventi sono attrazioni, l’evento è un centro di gravità. Oggi succede che il temporale butta giù un albero storico. Quindi ora sono tutti qui, in piazza, si telefona, si scattano foto. Nessuno ha chiamato nessuno eppure siamo qua. Ci conosciamo per nome e cognome. Io pure andavo altrove ma in qualche modo sono qui, ed è accaduto prima di pensarlo. Per strada la gente dice solo dell’albero, si sente anche a finestrini chiusi. Il paese è che qualcosa è successo e adesso ne parliamo.

Non un volantinaggio poetico

Un avvistamento dell’amico Tonino – una poesia-manifesto appesa al muro – mi offre il gancio per un appunto su Spore: Spore non è volantinaggio poetico (cosa dignitosissima e divertente, non mi si fraintenda, che tra l’altro ho fatto anche io qualche anno fa), ma qualcosa che ha a che fare con l’alterazione, la manomissione.

La poesia-manifesto gioca sull’impatto: dove non ti aspetti la poesia ne trovi una, e funziona proprio perché si mostra e si fa leggere. Le Spore invece sono foglietti chiusi e infilati nella spaccatura degli intonaci, nelle grondaie, negli infissi: giocano quindi sulla presenza non vista, una poesia fuori posto che entra però nel tessuto della microarchitettura e funziona proprio in quanto non manifesta, non necessariamente letta (e i testi che contengono sono per giunta molto strambi, lasciano il lettore perplesso).

Questo implica che un buon 70-80% delle Spore marcirà senza essere mai letto.
Si apre così un discorso sulla testualità effimera accanto a quello sull’ipertrofia linguistica. Partendo proprio da testi già esistenti (le Spore sono in gran parte commistioni di stralci di libri, programmi TV, post social, cartelli stradali, giornali, ecc.), l’obbiettivo non è l’impatto patente ma la costruzione di un ambiente che silenziosamente sproloquia, di un linguaggio-cosa che altera di un millimetro appena l’identità e la storia di una città.