Uscite di novembre La morte per acqua

Compendio mensile delle uscite su La morte per acqua: novembre 2021.

Nei pressi di Tallahassee – Benjamin Gucciardi (traduzione di Ivan Ruccione)

Donna Venezia – Riccardo Tammaro

Da “Herbarium magicum” – Bianca Battilocchi

Sequenza I – Andrea Piccinelli

FAQ sul caso Maneskin (ovvero – che è più interessante – su come l’opinione pubblica ricada sempre nelle stesse fuorvianti polarizzazioni)

– “Mi piacciono i Maneskin, ho qualche problema?”
No, ascolta quello che ti pare.

– “Non mi piacciono i Maneskin, ho qualche problema?”
No, ascolta quello che ti pare.

– “I Maneskin sono tecnicamente scarsi”
No, sono nella media. Le loro canzoni non brillano di virtuosismi, ma sono suonate come devono essere suonate. La capacità esecutiva, poi, è solo una delle componenti che concorrono alla produzione di buona musica. La storia ci ha presentato tutte le casistiche: musicisti ottimi tecnicamente e ottimi artisticamente (vedi: molto prog), pessimi tecnicamente e ottimi artisticamente (vedi: molto punk), ottimi tecnicamente e pessimi artisticamente (vedi: non pochi shredder), pessimi tecnicamente e pessimi artisticamente (sbizzarrisciti).

– “I Maneskin non sono vera musica, la vera musica sono gli AC/DC”
Mi pare tu stia mescolando denotazione e connotazione. Essere musicalmente riusciti o non riusciti non coincide con essere o non essere musicisti. Dunque i Maneskin sono musica – dal momento che producono arte attraverso i suoni – a prescindere se tu li ritenga buona musica o no. La tua critica per giunta è passatista e un tantino boomer.

– “I Maneskin sono innovativi?”
No, di fatto riaffermano un’estetica (di musica e di immagine) codificata già negli anni ’70 (e non sono neanche gli unici: vedi Greta Van Fleet). Quindi gli stessi Maneskin, forse, sono un tantino boomer.

– “I Maneskin sono musicalmente rilevanti?”
No, non molto, per la natura revivalistica della loro produzione e per i risultati estetici tutto sommato modesti. Questo, tuttavia, non implica che non possano essere rilevanti come fenomeno mediatico (vedi sotto), né che possano essere da te apprezzati per gusto personale.

– “I Maneskin sono rilevanti come fenomeno mediatico?”
Sì, considerando i numeri delle visualizzazioni e i grandi eventi a cui stanno partecipando. Se ci interessano le dinamiche della società (musicale e non), quindi, vale la pena seguirli e osservarli in quanto fenomeno mediatico, a prescindere dal giudizio estetico che ne diamo.

– “I Maneskin sono rilevanti come fenomeno sociale?”
Se per fenomeno sociale intendi qualcosa che non riguarda solo le interazioni sui social, ma che ha anche un impatto concreto nella vita di un gruppo di persone (in termini di abbigliamento, universo di ascolti, visione del mondo, eccetera), credo che si possa valutare se i Maneskin lo sono solo su un arco di tempo più ampio di pochi mesi. Possiamo dire, comunque, che mediatico e sociale non sono la stessa cosa, e che al momento i Maneskin non sembrano aver sollevato un movimento sociale o una sottocultura esteticamente riconoscibile. Probabilmente anche per il fatto che essi stessi sono un prodotto – estetico e sonoro – di recupero (degli anni ’70, come detto).

– “I Maneskin sono i Beatles italiani”
Biologicamente possiamo dire di no (escludiamo, per semplificazione, la possibilità di uno spin-off della teoria secondo cui Paul McCartney sarebbe morto negli anni ’60 e sostituito da un sosia).
Metaforicamente, questa frase di Manuel Agnelli è di certo un’iperbole.
Se in questa iperbole leggiamo semplicemente che i Maneskin sono un gruppo giovane, rock e di grande successo, allora sì, al momento possiamo chiamarli “Beatles italiani”, se questa formula ci sembra efficace per dire che sono famosi.
Se in questa iperbole, invece, leggiamo che i Maneskin stanno producendo un fenomeno storico-sociale equivalente a quello prodotto dai Beatles negli anni ’60, allora, no. I Beatles non erano una grande rock band giovanile, i Beatles hanno inventato il concetto di rock band (oltre a tutta un’altra serie di cose, inventate o perfezionate: ad esempio la copertina del disco come opera d’arte, lo studio di registrazione come strumento musicale, e così via, senza contare, naturalmente, i dischi).
Rimane che una comparazione effettiva tra Maneskin e Beatles risulta inattuabile per questioni storiche, sociali e anche stilistiche.

– “I Rolling Stones cercano visibilità chiedendo ai Maneskin di aprire il loro concerto?”
Da un punto di vista generale, chiaramente, no: i Rolling Stones non hanno “bisogno” di visibilità. Tuttavia, è bene tenere conto che il binomio “cantante di successo-pubblico oceanico generalista” è in caduta libera da decenni, e, almeno a partire dagli anni ’90 – ma con un picco negli ultimi tempi dovuto al diffondersi dei social network – il rapporto cantante-fan si è sempre più liquefatto e settorializzato. Vista l’ipertrofia della proposta e la fidelizzazione su cui si fondano i dispositivi di ascolto (gli algoritmi di Spotify, ad esempio), il pubblico generalista è sostituito da tante nicchie di gruppi di ascoltatori più o meno estese. Dunque i Rolling Stones, in senso assoluto, non hanno bisogno dei Maneskin, ma in senso relativo sì, intendendo con senso relativo la possibile apertura di una nicchia di mercato attualmente chiusa o quasi agli Stones. La quale coincide con quella dei giovani lontani – per famiglia, geografia, eccetera – al mondo del rock, e che conoscono i Maneskin non in quanto gruppo rock ma in quanto, innanzitutto, fenomeno mediatico proposto dai massmedia e dai social network. La generazione Tik Tok, insomma, visti anche i tempi di ricezione e rielaborazione rapidissimi che “annullano” la storia, conosce di certo più i Maneskin che i Rolling Stones, e questo non è un oltraggio a Jagger e soci, bensì la semplice realtà dei meccanismi algoritmici e delle nicchie culturali.

– “I Maneskin vanno supportati perché sono italiani”
Sei libero di pensarla così. Ma si tratta di tifo giustificato da un aspetto extramusicale. Dunque non si tratta né di valutazione critica né di musica. Inoltre potremmo fare un lungo elenco di artisti italiani, presenti e passati, non egualmente “supportati”.

– “I Maneskin sono sottovalutati/sopravvalutati?”
Questione che viene posta sempre, quando si tratta di musicisti di successo. E, come sempre, credo che l’affermazione sia fuorviante e/o incompleta: l’arte si affronta con strumenti ermeneutici, non con una misurazione della performance. Bisognerebbe quindi esplicitare sottovalutati/sopravvalutati in base a quale sistema di riferimento (commerciale, estetico, storico, sociale, eccetera), e anche in quel caso sarebbe complicato dare una risposta secca che non ricada nel puro parteggiare per fazione (pro vs contro).

– “Odio i Maneskin”
Purché questo non sfoci in un attacco terroristico, puoi farlo. Chiediti, tuttavia, se il tuo odio non derivi da una generale incapacità di accettare il successo altrui, oppure di accettare la nuova musica, oppure – soprattutto – di accettare quella nuova musica che assomiglia alla vecchia e su cui, dunque, puoi esercitare una comparazione che sfoga la tua nostalgia o il tuo inconsapevole conservatorismo. Potresti scoprire nuovi lati di te.

– “Impazzisco per i Maneskin”
Allora goditi la tua passione. Chiediti, tuttavia, se la tua passione sia realmente musicale e non – sì, c’è questo rischio, proprio in quanto legata a un fenomeno mediatico – prodotta da un algoritmo, oppure dal desiderio di appartenenza a un gruppo. Oppure, ancora, se non dipenda dalla sessualizzazione della loro immagine (cosa normale, comunque: gli idoli musicali sono sessualizzati fin da quando esiste la pop music). Potresti scoprire nuovi lati di te.

– “I Maneskin avvicineranno i ragazzi al rock?”
È possibile, ma molto probabilmente in un numero esiguo. Non ci sono infatti le condizioni storiche per far sì che il rock (parola-calderone ormai vuota di senso) torni a essere una forma di musica realmente popolare e realmente in grado di muovere grandi gruppi di giovani. Ritorniamo, così, al discorso del revival e del vintage. In più, chiediamoci se il rock sia un bene in quanto tale: ancora, il rischio di mescolare denotazione e connotazione.

– “I Maneskin hanno avuto successo quindi sono bravi”
Se hanno avuto successo, vuol dire che i Maneskin sono stati bravi a… avere successo. Loro e l’entourage che li circonda. Apprezzane dunque il successo, se lo ritieni giusto, ma non c’è nessuna correlazione tra questo e le loro capacità artistiche. Anche qui, la storia ci ha fornito tutte le possibilità: ottimi artisti di grande successo (vedi: Pink Floyd), pessimi artisti di grande successo (vedi: Gigi D’Alessio), ottimi artisti di scarso successo (vedi: Dadamah), pessimi artisti di scarso successo (vedi: Antonio Francesco Perozzi).

Spara Jurij 1 e un’antologia

È uscita ieri la prima puntata del podcast Spara Jurij, che si può ascoltare qui.

Nel frattempo è uscita anche l’antologia Noi siamo l’opposizione che non si sente (Transeuropa, 2021), in cui compare un mio contributo sulla DAD. E oggi, per giunta, la recensisce Renzo Paris su Il Fatto quotidiano.

Altro podcast qui, altri articoli vari qui, altra critica ricevuta qui.