Destra irrazionale e sconfitta sociale

Una vittoria della destra significa sempre una vittoria dell’irrazionale, della difesa nevrotica di presunti confini (siano geografici o patrimoniali o antropologici), quindi di una popolazione in qualche modo sfiancata che si rassicura nelle gerarchie di questi schematismi.

È perciò una sconfitta sociale, più che elettorale. Occorre infatti vedere le elezioni come una rappresentazione e non come una finale di calcio; e tale rappresentazione disegna ancora una massa enorme di sfiduciati nella politica in quanto tale e una più ristretta che risolve la sua insofferenza nel securitarismo machista della destra.

Questa occasione, quindi, valga almeno come sprone per un ricompattamento della sinistra, che deve lavorare sullo smarrimento degli astenuti e sull’irrazionalismo degli infatuati. E cioè deve, oggi più che mai, insistere sui suoi punti forza, sui suoi specifici metodi: la lotta e la ragione critica.

L’ecologismo di destra

Nel discorso di insediamento Giorgia Meloni ha toccato anche l’argomento ambiente. Precisamente annunciando il desiderio di «proteggere il nostro patrimonio naturale» e di «difendere la natura con l’uomo dentro». Già in passato si era espressa in questi termini e se cerchiamo sul sito di Fratelli d’Italia troviamo ad esempio questa traccia: «Il nostro è un atteggiamento pragmatico e realistico che tiene insieme l’amore per la Natura, la difesa dei nostri paesaggi e la sostenibilità degli ecosistemi con le attività dell’uomo.»

Ecco, io ritengo questo approccio all’ambiente del tutto inefficace, perché viziato da paradigmi deleteri e inservibili per comprendere e affrontare la questione ambientale oggi. In particolare per quanto riguarda tre aspetti:
1) Meloni parla di «patrimonio naturale» e cioè definisce la salvaguardia dell’ambiente in termini di difesa – ça va sans dire – di un capitale; dunque si approccia al naturale in termini quantitativi e impone una gerarchia in cui l’uomo occupa il gradino superiore rispetto alla natura (tenuto a proteggerla ma anche legittimato a sfruttarla)
2) parla di «amore per la Natura» e «difesa del paesaggio» e cioè fa entrare nel discorso una concezione estetizzante e romantica del paesaggio, che convalida tutta una serie di schemi culturali del tutto opinabili (paesaggio = vegetazione, paesaggio = bel vedere, natura = bene ecc.)
3) più generalmente e soprattutto tende a non usare la parola ambiente (se non per attaccare «l’ambientalismo ideologico» della sinistra) bensì la parola «natura» o addirittura «Natura». Conseguenza è che l’ambiente viene a) considerato come sfera dell’incontaminato in opposizione a alla contaminazione urbana; b) divinizzato

Sono elementi che mostrano come, in barba all’«atteggiamento pragmatico e realistico», il progetto ambientalista (?) di destra obbedisca a precisi costrutti culturali (e vecchi di almeno 120 anni). Di più: per salvaguardare la classe industriale (che si serve della “natura”) e insieme disinnescare l’attivismo ecologico (che riporta la violenza del naturale – cioè la sua coscienza – nella bolla umana), la destra deve considerare “la natura” come qualcosa di sottomesso all’uomo («difendere la natura con l’uomo dentro») e allo stesso tempo come qualcosa di sacro e intoccabile. Cioè contraddicendosi e riaffermando in questa contraddizione proprio la relatività culturale (e il rischio politico) del paradigma dualistico uomo/natura

L’esatto opposto, insomma, di ciò che invoca Timothy Morton in “Iperoggetti”: la necessità di un «ecologismo senza natura» che rilevi l’inscindibilità tra uomo e ambiente e dunque l’urgenza di rispondere attivamente alla questione climatica – e non conservando (cioè capitalizzando) una trita estetica del paesaggio