L’insegnante che si umilia

Questo è quel periodo dell’anno in cui ogni “aspirante docente” (quante cose brutte in questa definizione) si umilia, sia per le GPS o per le MAD. E si umilia non “semplicemente” come persona che vende il proprio tempo in cambio di un potere d’acquisto (che è l’alienazione standard), ma di più e peggio come persona che regala al vuoto il proprio tempo in cambio di una possibile (?) opportunità.

Anche questo è un grande scarto che ci separa dalle generazioni precedenti, una grande forma di incomunicabilità. Gli anni ’80 hanno educato i nostri genitori a pensare che la felicità si compra, e quindi che il lavoro è accumulazione di felicità possibile; una forma di alienazione tutta interna all’esplosione della pubblicità, al dialogo fitto (ma concreto, almeno) tra tempo venduto e oggetto acquistato.
La nostra alienazione è molto più subdola, perché inserisce quel discorso (comunque presente) in un crollo costante di garanzie sociali. Questo è il precariato: che la felicità, sì, ancora si compra, ma che anche il lavoro si compra (esperienza, punteggio, titoli, tempo = soldi), e la tua vita deve essere la spesa gratis del corpo alla ricerca di un guadagno che forse ti apre un acquisto (alienante). Il desiderio dell’acquisto rimane invariato, ma la dialettica è monca, e il precario è il nulla sociale, turbina di produzione di occasioni irreali e basta.

Non auguro a nessuno l’esperienza dell’invio massivo delle Messe a disposizione: venti giorni dalla mattina alla sera a ripetere lo stesso identico gesto senza sapere se servirà a qualcosa. Non lo auguro a nessuno perché è una delle esperienze che più si avvicinano a ciò che la nostra realtà, dietro la patina, effettivamente è: alienazione informatica per acquistare l’aura impalpabile di un illusorio ruolo nel mondo.