Non un volantinaggio poetico

Un avvistamento dell’amico Tonino – una poesia-manifesto appesa al muro – mi offre il gancio per un appunto su Spore: Spore non è volantinaggio poetico (cosa dignitosissima e divertente, non mi si fraintenda, che tra l’altro ho fatto anche io qualche anno fa), ma qualcosa che ha a che fare con l’alterazione, la manomissione.

La poesia-manifesto gioca sull’impatto: dove non ti aspetti la poesia ne trovi una, e funziona proprio perché si mostra e si fa leggere. Le Spore invece sono foglietti chiusi e infilati nella spaccatura degli intonaci, nelle grondaie, negli infissi: giocano quindi sulla presenza non vista, una poesia fuori posto che entra però nel tessuto della microarchitettura e funziona proprio in quanto non manifesta, non necessariamente letta (e i testi che contengono sono per giunta molto strambi, lasciano il lettore perplesso).

Questo implica che un buon 70-80% delle Spore marcirà senza essere mai letto.
Si apre così un discorso sulla testualità effimera accanto a quello sull’ipertrofia linguistica. Partendo proprio da testi già esistenti (le Spore sono in gran parte commistioni di stralci di libri, programmi TV, post social, cartelli stradali, giornali, ecc.), l’obbiettivo non è l’impatto patente ma la costruzione di un ambiente che silenziosamente sproloquia, di un linguaggio-cosa che altera di un millimetro appena l’identità e la storia di una città.

Spore: poesia diffusa

Il punto di partenza di Spore è l’idea che il linguaggio possa rendersi radioattivo e che la scrittura sia l’intercettazione delle radiazioni, delle interferenze tra il linguaggio e la realtà. La radioattività del linguaggio si presenta quando la parola è sottoposta a un’alterazione, e dunque in primis quando viene sottratta al suo compito di trasmissione di un messaggio: eliminato, o comunque manomesso, il suo compito funzionale, il linguaggio si destabilizza e sprigiona energia.

Per questo la prima forma di Spore – che nel titolo omaggia anche vecchi rumorismi dei Marlene Kuntz – è quella di piccoli oggetti linguistici (senza titolo e numerati) che raccolgono il linguaggio in uno stato isotopico instabile. Se ne possono leggere esempi su Il cucchiaio nell’orecchio o utsanga. Si tratta di ready made, citazioni, manipolazioni di appunti, cut-up, nonsense, testi scritti col suggeritore automatico, improvvisazioni, errori, rifacimenti, combinazioni aleatorie: intercettazioni, insomma, della sfera linguistica in cui siamo immersi, che non hanno lo scopo di de-scrivere né quello di asserire ma solo quello di esporre la pagina a un flusso di energia. Tale flusso ha una natura quantistica ed è indissolubilmente legato al meccanismo che lo coglie: la verbosfera – che è urbana, massmediale, sociale, ma anche cogitale, inconscia, combinatoria – rilascia continuamente, al pari di una felce, delle Spore; occorre però l’intercettazione affinché queste si rivelino nella loro fertilità e agitazione e non soccombano al non detto, al non intercettato in cui la gran parte della verbosfera si riversa.

Tuttavia, dato che la radiazione/fertilità del linguaggio instabile non si esaurisce con il raccoglimento sul foglio (non si stabilizza), e dato anche che l’operazione riguarda il linguaggio colto in divenire e in trasmutazione, Spore raggiunge successivamente anche un secondo stadio. Gli oggetti linguistici divengono oggetti materiali, e trascritte su rettangoli cartacei le Spore vengono nuovamente diffuse nell’ambiente. L’installazione riguarda di volta in volta una città o paese, nei cui interstizi (architettonici, geologici, interpersonali) vengono posizionate delle Spore, scelte in maniera del tutto casuale. A chi ne coglierà una, l’occasione di un non-messaggio aleatorio, di un evento inatteso, di un’alterazione, di un out of place artifact.

Spore, insomma, prima raccoglie il linguaggio nella sua inclinazione e radioattività, poi lo restituisce a un ambiente come corpo estraneo, come innesto fertile. Si evolve e fa evolvere. Lavora sulla non neutralità della parola, sulla realtà spazio-temporale della scrittura e sulla manomissione del previsto.

Di Spore e liminalismo

Oggi, su Il cucchiaio nell’orecchio, una nuova Spora, la n. 16 – per un progetto di poesia diffusa. Altre poesie (e Spore) si possono leggere qui.

Contemporaneamente, su La Repubblica di Bari, è uscita una intervista a Francesco Aprile, di Vittorino Curci. Tra le domande una dedicata al liminalismo:

[Trascrizione testo:

«Che cos’è l’asemic writing?

La scrittura, nelle sue diramazioni, si è aperta sempre più al suo rimosso, a tutto ciò che la stampa ha estromesso dalla produzione del testo, tornando a dialogare con quel “resto” che le logiche della produttività avevano escluso (colore, materia, oggetti e materiali extra-letterari, gesto ecc.). Con l’asemic la scrittura è sottoposta a svuotamento, liberando lo scrivere.

Quali sono le principali tendenze nella poesia sperimentale di oggi?

La poesia, nelle sue forme di ibridazione, mi sembra legata a uno schema che vede il trionfo di forme di “resto” e mutualità di base nel dialogo tra codici differenti. Dai code poems (codici che sono al tempo stesso programmazione e poesia) all’asemic, dal glitch ai pwoermds (one-word-poems) la scrittura dissolve la sua realtà nel possibile. Nel glitch l’errore rompe la superficie lineare, emergendo senza montaggio, nei code poems e nei pwoermds emerge sempre una estraneità, ovvero una lingua poetica in un codice, una parola all’interno di un’altra. Siamo nel trionfo di una lingua straniera nella lingua.

Nel marzo scorso lei, insieme con Andrea Astolfi, Cristiano Caggiula, Gianluca Garrapa e Antonio Francesco Perozzi, ha lanciato il Manifesto del liminalismo. Può dirci di che si tratta?

Il manifesto del “Liminalismo” nasce da premesse autosabotanti. Abbiamo posto al centro il gioco, mettendo in crisi la produzione testuale eseguendo sessioni di scrittura in contemporanea su un paper di Dropbox. Ognuno modificava in tempo reale le porzioni di testo che gli altri stavano scrivendo. Ad ogni sabotaggio per Dropbox l’autore cambiava, non era più il creatore del testo, ma diventava l’altro, quello che magari aveva cambiato anche solo una virgola. Stiamo lavorando sul capovolgimento degli strumenti della produttività digitale in oggetti di spreco. A giugno pubblicheremo i risultati del nostro lavoro con/e sull’intelligenza artificiale. Ci interessa il processo, la scrittura non è sottoposta a postproduzione.»]

Altra “critica ricevuta” si può leggere qui.