Contro i bei posti

L’equivalenza tra viaggiare e godimento oculare è ormai un dato acquisito. Lascio da parte, ché la sappiamo già, la questione social (comunque centrale nell’educazione allo sguardo), e penso adesso più in generale a un approccio consumistico, consuntivo dello spazio. Dal Grand Tour – che applicava in pratica il meccanismo di “costruzione” del paesaggio di cui parla Simmel (la necessità di una cornice, che è determinata dallo sguardo umano) – l’idea del viaggio come insieme di rappresentazioni: un luogo + una deduzione dell’immagine (che prima era il quadro ora è il post).

La storia del capitalismo è del resto anche la storia della mercificazione delle esperienze, e siccome il numero di chi può comprare cresce, le esperienze da aristocratiche devono diventare di massa. Allora turismo significa squalificazione del Grand Tour, cioè una legittimazione della propria aspirazione aristocratica, con le immagini che feticizzano (mercificano) gli step di una historia (che è l’epica irrisolta – cioè nevrotica – di un bramato passaggio di classe).

Ma il viaggio è il viaticus, cioè riguarda la via e non la vista di un luogo, l’attraversamento, lo spostamento di un viatico appunto (che è la propria persona, allegorizzata da ciò che trasporta: cibo, oggetti, vestiti…), il confronto con un’alterità. Così è ad esempio nel viaggio medievale: la selva, l’esposizione a un imprevisto e a un “pieno” che sorpassa la bella vista di un luogo. Ecco perché lì era possibile la meraviglia (Ariosto): perché il viaggio era uno sganciarsi e non semplicemente un vedere.

Oggi non è possibile la meraviglia nel viaggio. Perché il viaggio è codificato – venduto – in partenza come meraviglia, quindi non può in nessun modo essere meraviglia (sorpresa), e deve esplicarsi in una santificazione – visiva – degli istanti (non del flusso che sgancia, non dell’alterità come accadimento per eccellenza).

È necessario allora proporre un inspessimento del viaggio-viaticus, rileggerlo come disorientamento, alterità non riducibile alla sola meraviglia e perciò in grado di comprenderla come possibile, accanto al tremendo e al niente, a tutti gli stadi che lo stacco dall’origine può generare.
La cosa più potente che ho visto a Berlino erano delle lamiere accatastate in una strada. Ora, qui, questo.
Siamo già quotidianamente sradicati dallo spazio che dovrebbe appartenerci: allora che sia sradicarsi fino in fondo, cadere nell’Altro, disertare tutti i bei posti.

Isola Comacina: dada, turismo, paesaggio

In cima all’Isola Comacina, tra resti romani e medievali, si trova questo oggetto. Visto così, è una meraviglia, puro dada: un quadrato vuoto, bianco, rotante, in cima a una collina. Fuori posto, divino e alieno.
Ma la frequentazione dell’oggetto, la lettura della didascalia e dell’hashtag mettono, in un secondo momento, di fronte alla sua effettiva “funzione”: inquadrare qualcosa – dalla vetta dell’isola i paesaggi sono belli e molteplici – dunque fotografarlo e smerciarlo su Instagram.
In questa dicotomia sta l’essenza del turismo, che ha due matrici fondamentali:
1) l’antidadismo, cioè impedire ogni forma di disfunzione e di alienità, imporre il funzionalismo come traino del consumismo
2) la bidimensionalità, cioè mantenere inquadrabile e misurabile la realtà, e intatto e irrinunciabile il fronteggiarsi di spettatore e spettacolo. Una sorta di “regola dei 180°” rubata al cinema e applicata alla realtà tutta

Questo oggetto, insomma, così luminoso all’inizio – pensate fare una salita e trovare in cima, senza ragione, non un santuario ma un inquadratore del cielo – mi ha poi dimostrato non solo che Simmel con Filosofia del paesaggio, decenni e decenni fa, aveva intuito alla perfezione i meccanismi di significazione dello spazio (è l’occhio che fonda il paesaggio, tramite una cornice anche solo ideale), ma soprattutto che, sì, turismo è l’al di qua, l’esatto opposto di esperienza.